Scendono grosse gocce di pioggia e poi improvvisamente esce il sole. Questa strada in cresta persa nel nulla sembra non aver mai visto traccia di vita umana da secoli. Dai cavalli alle diligenze fino alle macchine e forse agli elicotteri per spegnere l’incendio che sembra aver devastato il crinale: qua l’umanità è una pulce sulla schiena di un animale brullo, enorme, indifferente. Qua nella terra di nessuno, in questo silenzio apocalittico, sentiamo brevi ma inconfondibili i segni della sincronia. Correre per essere nel posto giusto, al momento giusto. Correre per arrivare in tempo.


Ora che queste rampe assomigliano più che mai alle intime curve del Carpegna di Marco Pantani, sentiamo il respiro che va all’unisono, soffia tra i pini come se creature vive ci ricordassero ogni singola cosa, specialmente quelle meravigliose, adesso appaiono tutte come un grande caleidoscopio, ci guardo dentro e la luce inonda tutto come se fosse il nostro angolo di paradiso. Ancora mi sento scossa dai brividi come le prime volte, come quando aspettavo con il cuore che mi arrivava alle ginocchia, senza respiro. Per questo siamo rimasti. Per questo ancora siamo qui a tenere l’altro capo del filo.
Il passaggio in cima a questa misteriosa montagna quasi senza spettatore rievoca tutto l’essenziale, escludendo il resto. Mentre scendo, guidando lentamente, le nuvole basse avvolgono la macchina come se fosse in un sogno, coi baluginai del sole che rendono lucido l’asfalto nero di un breve acquazzone recente. I muri ti danno tempo per soffrire e per pensare, per sentire che alcune forze le abbiamo sempre avute come una protezione ma sono invincibili nei luoghi dove amiamo senza riserve.

Guido pensando di avere tempo, invece di tempo non ce ne è. Perchè il circuito è chiuso e sulla linea del traguardo non ci arrivi neanche volando. Nemmeno se fai un rally per l’entroterra – deserto e dissestato come un quadro, pennellate di verde smeraldo sopra le colline e gracili fiori di pesco contro i ruderi – puoi raggiungerlo. Allora è così che deve essere, proprio sotto l’abbraccio del Santuario, mi fermo per qualcosa che non è una resa ma è solo il punto dove bisognava stare. Qui è istinto o niente. Sofferenza va bene, sentimento di certo ma prima di tutto, una sensazione. Ci sono le sirene in lontananza, distrattamente apro Instagram dopo tipo cinque ore che non lo facevo e vedo un post che dice: “Your heart knows the way. Run in that direction.”
Corri fino a che puoi, arriva la tua destinazione.


Al traguardo non ci vado neanche, la strada è ancora chiusa mentre le colline brillano di sole come un luogo ameno dove rifugiarsi dopo una vita a cercarsi.
Guardo ancora dentro il caleidoscopio e ritrovo l’immagine alla quale penso quando perdo tutte le certezze. La luce che riflette ci inonda dentro e fuori.
La verità è che il ciclismo ha scritto una grande, potente, intensa, eterna storia per noi.
Composto da un tubo con specchi angolati e frammenti colorati, il caleidoscopio fu inventato nel 1815 dal fisico scozzese Sir David Brewster durante esperimenti sulla polarizzazione della luce. La forma è simile a quella di un cannocchiale che richiama l’idea di guardare lontano e più in profondità.